Il nonno e la bambina

Così, ogni sera, il vecchio barbuto aveva preso l’abitudine di accompagnare la piccola lungo il lago. Camminava appoggiato a quel bastone un poco basso per la sua statura tenendo forte la manina di lei. Era come se ciò che mancava in altezza al bastone fosse tutto contenuto in quella stretta, capace da sola di sostenere la vita di entrambi. La bimba sgambettava e, ogni tre per due, era anche costretta a trasformare i suoi passi in corsetta per tenere l’andatura lenta e ormai malferma del vecchio, ma che ai suoi occhi e soprattutto alle sue gambe era da giganti. Cantilenava con i suoi passetti ora lenti ora veloci, ma tutti compresi tra le vecchie gambe ed il bastone, ogni parola raccontata dal nonno. Lei era la musica delle sue storie oltre che l’unica ascoltatrice. Allora lui adattava le sue parole ai movimenti di quel piccolo corpo dalle inesauribili energie e le storie che lei tanto amava andavano formandosi da sole al ritmo dei suoi movimenti. Nonno e nipote camminarono quel lago per anni componendo questa loro unica sinfonia. Le loro passeggiate divennero una dolce traccia di sottofondo della vita di lei bambina e l’ultimo ricordo di vecchiaia della vita di lui.

I tre amici

Era una giornata di sole e l’aria aveva il profumo della tranquillità. Pareva come stare dentro a una panetteria appena dopo la cottura del pane. Le loro chiacchiere serene saturavano di felicità quella strada asfaltata, troppo grossa per essere di alta montagna.
Loro erano lui, un ragazzo magro dall’ aspetto corvino; la sua fidanzata straniera e lei l’amica incontrata per caso molti anni prima, che aveva conquistato le profondità del suo cuore senza però provocare in lui l’amore. Stavano andando a fare una scampagnata fino su al ristoro; quello bianco con le finestre di legno e gli scuri rossi sulla curva con la cascata.
Erano così giovani!
La’ si fermarono a mangiare un panino con una birra bionda ciascuno, seduti all’aperto per respirare tutta quell’aria serena senza capire che loro ne erano la causa. Dopo il caffè, le due ragazze salirono in macchina per arrivare ancora più su sulla cima della montagna; là dove crescevano quei fiorellini blu grembiule delle elementari che tanto adoravano. Lui semplicemente seduto le guardava allontanarsi assieme. La straniera si mise alla guida mentre l’amica le si sedeva a fianco. Acceso il motore, l’auto partì. Chiacchieravano amabilmente senza badare troppo alla strada, quando l’occhio dell’amica cascò sul dirupo di fianco alla curva che stava arrivavano. Lei pensò che la macchina fosse troppo veloce; si chiese, anche, se la straniera sapesse cosa stava facendo, ma non fece in tempo a finire il pensiero che l’auto imboccò la curva con una traiettoria troppo larga e troppo veloce. Fu un attimo e furono nel vuoto. Era un dirupo profondissimo, guardando sotto capirono che non avevano scampo. Quel lungo volo le avrebbe uccise. Precipitarono coscienti della loro morte. Poi fu il nulla.
Quando tornò in sé stava camminando a fianco all’amico; si sentiva molto stordita. Rammentava il dirupo, la caduta e non si capacitava come potesse ora semplicemente camminare al fianco di lui. Lo guardò. Era triste; il suo sguardo aveva perso la luce; era come se fosse sul punto di dirle qualcosa che, però, gli stava costando uno sforzo infinito e lo invecchiava.
Lei conosceva a fondo l’amico e, in quello sguardo, tutto le fu chiaro. Allungò una mano verso di lui, gli sorrise e gli disse: “Sono morta vero?” lui non alzò gli occhi, rispose semplicemente: “Si’”. Continuarono a camminare affiancati. Aveva ancora un domanda da fare. “E’ morta anche lei?” “ No si è incredibilmente salvata…” Lui si girò verso di lei con il viso stravolto dal dolore, si abbracciarono forte e più che una stretta quello fu un avvinghiarsi l’uno all’altra per non lasciarsi andare. Senza pronunciare parola lei gli disse: “Sarò sempre con te” e lui a lei: “Non ti dimenticherò mai.” Poi l’aria tra loro si ispessì, i loro mondi si separarono, i due amici si persero.
Lui sposò la fidanzata straniera e costruì per lei una grande fazenda. Gli anni passavano e lui ogni mattina portava alla moglie dei fiori freschi e con i fiori le regalava sorrisi e abbracci ed il suo cuore felice. Spesso faceva per lei il buffone con quei fiori in mano. Ma il sorriso della moglie si era perso nel tempo ed ora non gioiva più dell’amore di quell’uomo maturo che aveva avuto tanto successo. Voleva da lui infinite premure, ma non riusciva a vedere quelle che quotidianamente le dava e così non ricambiava mai con una gentilezza. Pretendeva continua attenzione ai suoi discorsi colorati di superficialità. Il marito si annoiava a quelle mille parole, ma, per non dispiacerle, obbligava i suoi sottoposti ad ascoltarla al suo posto e rispondere con interesse a quelle parole vuote mentre lui faceva altro. L’amica, al di là dell’aria spessa, vedeva lo sforzo d’amore di lui e la grande infelicità di lei mentre la loro vita passava. Vedere respinto l’amore di lui in quel modo le procurava profondo dolore come se un pugnale le stesse aprendo il cuore. Un giorno, esausta da tanto dolore, tentò per lui tutto ciò che poteva, attraversò l’aria spessa ed andò a parlare con lei. Le chiese perché non riusciva a vedere il profondo sentimento di lui. Perché aveva preso a trattarlo a quel modo. Per tutta risposta la donna non più giovane tirò fuori una vecchia ciotola tutta sbiadita che una volta era stata colore del cielo di notte. Lei guardò quell’oggetto consumato dal tempo e le parve di riconoscerlo; in qualche modo le era familiare. “E’ tuo; glielo hai regalato tu. Non lo vuole buttare ed e’ con noi da sempre”. Disse la moglie tra forti singhiozzi. “Ma è una ciotola per far bere il cane, non ha valore! Perché è così importante che lui la butti?” le chiese lei. “Lui non ti ha mai dimenticata e ti porta nel suo profondo”. L’amica questo lo sapeva, lo aveva sempre sentito. Allora le chiese di nuovo:“Perché non riesci a ricomprendere in te l’interezza del suo cuore? Non puoi accarezzare anche quella parte di lui che mi tiene per mano?” La donna straniera non rispose, ma per tutta risposta iniziò ad urlare isterica.
No, non poteva farlo!
L’amico, sentite le urla della moglie, corse irrompendo nella casa spaventato. “Che c’è, che succede?” erano anni che lei non si trovava così vicino a lui. Infastidita e spaventata da quella donna ormai estranea corse tra le braccia di lui e lo strinse forte. lo fece senza pensare, un istinto. Lui sentì l’aria cambiare spessore. Apri le braccia lunghe distese e, frastornato, disse guardandosi in giu’: “Ma che mi succede?” Poi capì. Chiuse le braccia a contenere quell’aria ispessita, abbassò lo sguardo e con un sorriso a metà tra lo stupito ed il felice chiese: “ Sei tu, non è vero?” “Sì” lei rispose. Lui allora chiudendosi a cerchio più stretto: “Io ti ho portato sempre con me”.
Si tennero stretti, ognuno sul limitare del proprio mondo, senza più paura che quell’abbraccio potesse finire.

Coniglioelefante

Era mattina presto; la casa mezza chiusa mostrava i segni dell’imminente partenza della famiglia. La sera prima i nonni avevano lasciato l’isola, ed in mattinata anche loro avrebbero fatto lo stesso. Lei proprio non aveva voglia di svegliarsi, forse per non dover affrontare l’idea della partenza, oppure la fatica delle pulizie di fino, oppure semplicemente stava bene al calduccio delle coperte e di quel sonno curioso. Ma non erano della medesima idea i suoi due figli che già dalle prime ore dell’alba armeggiavano in giro per i locali; così, in quel preciso momento, lei si ritrovava con un occhio aperto ed uno chiuso, un piede nel sonno e l’altro nella ciabatta. Aveva chiaro il senso dei suoi due figli, il maschio, un ragazzetto di dieci anni, e la femmina, ancora molto piccola. Provava quella consapevolezza propria delle mamme che sempre sanno dove siano i propri figli qualsiasi cosa elle facciano, sia che sian deste, sia che dormano abbondantemente. Lei infatti dormiva e guardava i suoi figli in contemporanea. Il ragazzetto aveva spalancato la portafinestra proprio di fianco al suo letto e la fece rabbrividire sotto alle coperte per la ventata di aria freddissima che era arrivata da fuori. Senza pensare lei saltò sul letto urlando al ragazzetto cosa mai stesse facendo; però, appena vide il viso divertito di lui che già era passato ad un altro gioco, si addolcì immediatamente e semplicemente disse quasi tra sé: “ …così entrano gli animali…”. Seduta sul letto, senza richiudere la finestra, si girò a giocare con la figlia femmina che a quel punto si era accaparrata un posto nel letto scalandolo con le sue gambette instabili. È così bello coccolarsi i figli nel letto in vacanza …. Non si era ancora decisa ad iniziare la sua giornata ponendo i due piedi per terra, quando vide con la coda dell’occhio qualcosa muoversi vicino alla finestra. “… hai visto che è entrato un animale?” urlò al maschio, muovendo le tende per capire chi fosse l’intruso. Poi le tende si mossero da sole, ed è allora che lei lo vide. Un pupazzo di pezza, a mezzo tra un coniglio ed un elefante era sgattaiolato dentro la loro casa, con le movenze di chi entra in un mondo che non gli appartiene: un poco spaventate, un poco curiose ed un poco affettuose. Lei parve non considerare il fatto che a muoversi fosse un pupazzo, semplicemente disse: “Ciao tu chi sei?” il pupazzo per tutta risposta salto sul cuscino del suo letto a cercare una coccola. Nemmeno lui pareva spaventato da quella situazione. Con lentezza e tanta dolcezza, come si fa con i bimbi piccoli, si avvicinò all’animaletto. “Mamma mia che sporco che sei! Vieni andiamo a lavarci.” In effetti il pupazzo era imbrattato di fango, a tal punto da non capire di che colore fosse la sua stoffa. Prese dolcemente in braccio quella creatura che si lasciò fare tranquillamente e, seguita dai suoi figli stranamente fermi e silenziosi, si diresse verso il bagno. Aprì la porta con la schiena continuando a coccolare il Coniglioelefante con le due mani. Che disastro quella stanza, pareva ci fosse passato un tornado. Salviette e coperte erano sparse per terra e riempivano completamente lavabo, vasca e bidet. Quello doveva essere stato il palcoscenico di qualche gioco fantastico dei suoi due figli quella mattina mentre lei, esausta, dormiva.
“Ma che avete combinato? Su dai aiutatemi a spostare queste coperte dal lavandino; non è così che intendevo: “mettere in ordine” ieri sera…”. Coniglioelefante se ne stava tranquillo tra le braccia calde e pareva godersi quel campo di battaglia umano. I ragazzetti iniziarono a spostare coperte e salviette dal lavandino; e siccome la logica dei bambini non cambia velocemente tutto finì nella vasca da bagno, piegato un po’ così, ma riposto con tanta attenzione. La madre sorrise nel vedere il prodotto di quel gesto adulto nel mondo bambino, richiamò a sé i bimbi ed aprì il rubinetto curando di riempire il lavandino con acqua nè calda né fredda. La piccola portò la sua ochetta gialla per far divertire l’animaletto mentre il ragazzetto apriva e chiudeva i rubinetti copiando i movimenti che sua madre aveva appena eseguito. La donna prese a sciacquare Coniglioelefante parlando dolcemente ora all’animale ora ai suoi figli. Pareva che nessuno desse importanza al fatto che il mondo dei pupazzi ed il mondo reale si fossero incontrati attraverso la loro finestra quella mattina di tarda estate. Coniglioelefante si girava verso ogni suono di voce di quell’intima conversazione disegnando così la forma del dialogo nell’aria sopra al lavandino. Pareva apprezzasse la spugna che pian piano lo liberava dallo strato di fango e lo faceva capire strofinando il naso, una piccola proboscide della misura di un dito con una mora nera in cima e due buchini a forma di orecchie allungate per respirare, lungo la mano che lo stava lavando. La madre prese dalla cima di cose ammonticchiate nella vasca un asciugamano della figlia, quello giallo con l’onda blu sul fianco e ci avvolse il pupazzo strofinandolo bene sul capo per asciugare il ciuffetto di peli biondi che aveva proprio in mezzo alle orecchie. Quando fu soddisfatta dell’operazione asciugatura, mise delicatamente il pupazzo per terra ed in un baleno si ritrovò sola perché bimbi e pupazzetto sgattaiolarono via scomparendo alla vista…. Che fare…? Si guardò in torno e decise che, per quella volta, la casa era stata adeguatamente rassettata dai suoi ragazzi e si poteva quindi partire. Si vestì, cercò i bimbi per assicurarsi che fossero del tutto vestiti e giudicò che sì, lo erano e si dedicò alla colazione. Quella mattina mise non tre, ma quattro tazze sul tavolo con una quantità di latte crescente: un goccio per Coniglioelefante, mezzo bicchiere per la sua piccola, mezza tazza per suo figlio ed una tazza intera più del caffè per sé. Poi mise dei biscotti su un piatto da frutta e chiamò la sua ciurma a raccolta. Fu la colazione più divertente che avessero mai fatto, e la più lunga, che si chiuse in un salto chiassoso giù dalle sedie ed una corsa urlante intorno al tavolo. Con calma lei sparecchiò, rassettò la cucina, chiuse i bagagli, chiuse tutti gli scuri e caricò la macchina. Poi venne il momento della partenza, ma le ci vollero dieci minuti per riuscire a far radunare tutti quanti davanti alla macchina. “Bimbi dobbiamo andare, il viaggio è lungo. Dovete salutare il vostro nuovo amico.” Non fu facile staccare i suoi figli da Coniglioelefante, ma alla fine riuscì a legare la piccola nel suo sedile e a far sedere il ragazzetto al fianco della piccolina. Coniglioelefante guardava senza capire da un dosso rialzato dell’aiuola a fianco al parcheggio. Le portiere si chiusero ed il motore si accese. La macchina mise la retro; è allora che Coniglioelefante capì la situazione. Lo stavano lasciando lì. Si rattristò tantissimo e tutte le parti del suo corpo puntarono verso il giù. Si lasciò andare ed il suo sedere finì sul terreno. È in quel momento che lei guardò nello specchietto retrovisore e lo vide, così seduto per terra come una pietra spenta…. Fermò la macchina ed una portiera si aprì e poi tutti aspettarono. Coniglioelefante guardò, inclinò la testa a destra, si alzò e con un balzo salì. La portiera venne richiusa e le ruote ripartirono. Conoglioelefante si accomodò tra i due seggiolini e lì rimase per tutto il viaggio e per molti viaggi a venire finchè i due bimbi ormai grandi non ebbero più bisogno di lui, allora saltò davanti a far compagnia alla mamma.

Orme

Spesso, la mattina, saltava sulla sua bicicletta e pedalava senza una meta e, spesso, arrivava su quella spiaggia lunga e solitaria. Lui non amava l’acqua; non gli piaceva toccarla coi piedi né immergerci il proprio corpo dentro; si infastidiva al senso di bagnato addosso. Era così sin dalla sua infanzia. Nonostante questa sua repulsione, adorava camminare al fianco delle acque. Sapeva che la marea, a volte arrivava tranquilla e oleosa, altre talmente agitata che un mare di camomilla non sarebbe bastato a calmarla; però, non importa come si fosse presentata al mattino, avrebbe sempre regalato uno stravolgimento alla costa, tanto da renderla irriconoscibile nonostante la spiaggia, ad uno sguardo generale, fosse apparsa sempre la stessa. Lui per questo guidava la sua bicicletta senza meta ogni mattina; per arrivare lì e vedere quegli infiniti stravolgimenti che nulla cambiavano, ma che rendevano, ogni giorno, la sua passeggiata unica. Quella era stata una notte eccezionale, le acque avevano portato lunghi tronchi che si erano spiaggiati come balene confuse ed ora giacevano spogli tra il blu del cielo e il bianco della sabbia come grandi sculture della natura. Lui camminava avvicinandosi a questi colossi poi, come si fa con le opere d’arte, gli girava intorno a crearsi scorci impensati e da lì guardava la meraviglia che nasceva dall’incontro della natura ormai morta con la vita del giorno nascente. Fotografava per poter rivivere tale abbondanza e fermare al suo occhio la perfezione della natura cangiante. Quando il suo occhio si era saziato, riprendeva a camminare concentrando il suo sguardo sulle mille conchigliette che, mischiate alla sabbia bagnata, costituivano una palladiana scricchiolante. Ogni tanto si fermava e si abbassava sulle sue gambe per guardare più da vicino forme, incastri e colori. Il suo occhio era attratto dai luccichii metallici delle conchiglie crostacee come da una calamita; forse perché le sue iridi erano color grigio ghiaccio. E ancora fotografava. All’improvviso comparve qualcosa di inaspettato su quello sbriciolio a mezzo bagnato: un’impronta, un’impronta di daino che portava al mare! E poi un’altra ed un’altra ed un’altra ….lui non era l’unico ad amare le passeggiate in quel luogo. Un branco doveva essere passato da lì quella mattina presto o forse a notte inoltrata. Forse gli animali erano passati da lì solo per respirare una dose di iodio, oppure per giocare un poco assieme alle onde come a volte amano fare i delfini, oppure per imparare a nuotare. Preso da quelle impronte inattese si spinse più avanti con gli occhi appiccicati al terreno come un cacciatore in cerca di tracce. Poco più avanti si imbatté in una serie di impronte umane, chiare, profonde, stranamente appuntite; sicuramente appartenenti ad un uomo pesante che probabilmente ama le scarpe da tennis e le camminate solitarie sulle spiagge deserte. Poi individuò zoccoli di cavallo non ferrati; forse non solo ai daini piaceva nuotare la notte …. infine scoprì l’impronta di un cingolato, il grande animale di ferro venuto alla spiaggia per fagocitare radici e rami. Sapere di non essere stato l’unico essere su quella distesa di sabbia in quelle ore, lo fece sentire in comunione col mondo e questo era per lui come immergersi nelle acque del mare e nuotare. Quella mattina, si fece un bagno di impronte, riflessi, forme e colori; poi tornò con la sua bicicletta alla sua casa e si chiuse nella camera oscura per trasferire impronte e sensazioni dalla macchina fotografica alla carta e renderle eterne.

A mio padre

Quando sei diventato padre? Quando, mentre le lavavi il sedere, lei ha messo le sue piccole dita bagnate dentro nella presa elettrica e tu le hai tirato una sonora sculacciata sul sedere che stavi lavando con la forza di un uomo spaventato dalla pericolosità di un gesto. Lei non ricorda di aver messo le dita nella presa, ma ricorda il pianto dal male dopo la sculacciata e ricorda anche le tue parole: “Ho dovuto farlo, per farti capire che è pericoloso e non lo devi mai più fare.” Qualcosa però è scattato in te quel giorno lontano nel bagno della casa all’ottavo piano. Tu la scossa l’hai presa. Sai non hai mai più usato le mani con lei, ma hai riempito la parola papà di presenza, scelte, azioni e soprattutto parole.
C’eri ogni sera per farla giocare …. come adorava essere trascinata dalle tue gambe mentre camminavi per la casa con lei appesa alle tue caviglie. Però questa è cosa facile!
C’eri ad incitarla a prendere quel maledetto pallone invece di correre come una pazza per il campo senza riuscire a combinare nulla. Però questa è cosa facile!
Hai festeggiato ogni suo compleanno, l’esame di seconda elementare, quello di quinta, quello di terza media, la maturità; l’hai presentata al mondo quando ha compiuto diciotto anni con una festa tutta d’oro; hai aspettato un’interra giornata in piedi in un corridoio della facoltà per ascoltarla laurearsi e l’hai poi festeggiata la sera. Però queste sono cose facili!
Hai instaurato rapporti di lavoro con lei, certo perché era tua figlia, ma anche perché era brava e tu avevi visto le sue capacità professionali, così oltre che padre e figlia siete diventati due professionisti che si confrontavano su questioni di lavoro e lei ha avuto lo spazio necessario per diventare donna in questo unico rapporto tra padre e figlia. Questa non è una cosa proprio facile!
L’hai tirata giù dal letto quando il primo grande dolore della sua vita l’aveva immobilizzata. L’hai poi portata all’altare e hai preso in braccio il suo bambino … chissà cosa hai pensato dentro di te quando hai visto quella bellissima piccola creatura che se la dormiva pacificamente ….
Sono state le tue braccia che hanno fermato il suo corpo che, in preda al dolore più profondo per l’abbandono del suo amato, non smetteva di tremare procurandole convulsioni e vomito. Lì, tra le tue braccia, lei ha messo un piede avanti all’altro ed ha ricominciato a camminare. Ma questo in fondo è facile!
Quando la malattia è arrivata, hai lasciato che lei facesse le sue scelte, supportandola e confermando ogni suo passo. Ti sei, poi, seduto con lei, in quella stanza costosissima, per ascoltare dal luminare che la malattia aveva vinto e non c’era più cura per guarire. Eri seduto accanto a lei quando una voce non così luminare ha sentenziato che la vita ci sarebbe stata solo finché il suo cuore avesse retto la chemio.
Sei sceso con lei all’inferno, ma solo il tempo di prenderla per mano, guardarla negli occhi e dirle: “Non esiste che tu muoia prima di me, tu vivrai e vedrai tuo figlio crescere e lo accompagnerai a lungo nella vita”. Lo sai papà come Dio ha creato tutte le cose del mondo e del universo? Le ha pronunciate e poi si è compiaciuto del prodotto delle sue parole. Devi essere padre per sapere che le parole sono sostanza ed hanno il potere di creare futuro. Tu quello hai fatto là giù all’inferno; mi hai restituito la vita pronunciandola per me. E questo è divino!
Ecco la scelta che hai fatto nel bagno all’ottavo piano cinquanta anni or sono. Sei diventato il significato più profondo dell’essere padre, continuando a creare vita per me, solo pronunciandola. Sei la parte maschile di Dio, tu la sai vero?
Sì, è vero, c’è il Tdm-1, c’è la melatonina, l’aloe, la magnolia e la dieta e se non basteranno ci saranno le sperimentazioni, ma io vivrò solo perché tu hai parlato la mia vita.
Io vivrò perché tu sei il mio verbo; io vivrò perché tu non smetti mai di essere mio padre, perché non smetti mai di crearmi, parlandomi.

Se tu mi invitassi a ballare

Se tu mi invitassi a ballare sceglieresti una musica rotonda, per rendermi il centro del tuo universo; lenta, per respirarmi a fondo; ridondante, per ripetere ogni reazione dei sensi. Cattureresti i miei occhi con quello sguardo che chiede perché non altro sguardo avresti per me, e mi diresti: “posso?” tendendomi la tua mano. Io ci appoggerei dentro le dita ricambiando il tuo sguardo e, senza rispondere, mi lascerei portare. Avvicinerei il mio corpo al tuo e lascerei a te il primo moto. Le note mi entrerebbero giù fin nelle ossa e, presa, muoverei i miei piedi seguendo i tuoi passi. Il mio corpo, avvicinandosi, passerebbe la tua soglia sensibile e il tuo respiro si farebbe un poco più corto mentre i tuoi occhi diventerebbero trasparenti ai miei. Insieme ci muoveremmo godendo dell’armonia di due esseri che ballano l’uno nelle braccia dell’altro. Zitti, perché altro sarebbe il nostro dialogo. Se solo tu mi invitassi a ballare….

Adolescenza

Cosa fa di un ragazzo un uomo? La barba? L’indipendenza? Il primo lavoro? La ragazza? Lui se lo andava chiedendo da un poco. Aveva fretta di diventare grande perché la sua era l’età in cui tutto si brucia, compreso calorie e tappe. Ogni suo movimento sprigionava la certezza del successo e l’entusiasmo di sentirsi unici e speciali, qualità, credo, intrinseca ai brufoli. Pensando se stesso nel futuro vedeva tutti i propri desideri realtà accaduta senza sforzo, per diritto, conseguenza del semplice essere nato. Era bello respirare di nuovo attraverso di lui tutta quella spinta alla vita ancora orfana di fatica e delusioni. Lei sapeva che l’ esistenza del proprio figlio si sarebbe ad un certo punto sporcata, come si sporcano tutte le vite, ma non temeva per lui, anzi gioiva di quella promessa di futuro perfetto assieme a lui. Lei, nel suo cuore, infatti, conosceva la risposta alla domanda del figlio. Sapeva che era già diventato uomo. Lo era diventato quando le sue braccia erano cresciute abbastanza da smettere di chiedere tendendosi verso di lei ed iniziando a ricomprenderla dentro di se’, abbracciandola teneramente, quasi a volerla proteggere. Lei però non lo disse mai al figlio perché era bello lasciargli la libertà di darsi qualsiasi risposta lui avesse voluto.

La forca

Era un ragazzo corpulento, dal fisico ingombrante, spesso più d’impedimento che d’aiuto, ma lui c’era abituato; così la sua lentezza non era mai stata un problema. Anche il suo cervello assomigliava molto a quel corpo negli aggettivi; lento e grosso riusciva solo a fare ragionamenti semplici. Elementare era la sua vita che veniva e andava a quel campo quotidianamente da una quantità di anni tale da non riuscire più a ricordarne il numero. Era inutile chiedergli l’età perché lui avrebbe risposto: “un poco di lune, signora, altro non so dirvi”. Aveva un sorriso gentile che si accendeva ogni tanto, spesso senza motivo apparente, dietro a chissà quale pensiero. Un giorno, mentre tornava stanco dal campo, fu violentemente fermato da uno sgherro a cavallo che se l’era presa con lui per una faccenda di precedenze dovuta al suo status sociale. Il ragazzone sapeva perfettamente quale fosse l’usanza e sapeva perfettamente quale avrebbe dovuto essere il suo comportamento, ma era stanco, molto stanco, così si innervosì, la sua mente si incendiò ed il suo braccio strattonò tanto forte le redini del cavallo da farlo imbizzarrire. L’uomo a cavallo ruzzolò a terra finendo col capo su una pietra. Morì all’istante. Il contadino lo lasciò li’ steso su quel cuscino di pietra, con il cranio aperto e tutto ritorto. Non voleva ammazzarlo, ma una volta visto morto ebbe un sussulto di orgoglio e reale ribellione e lo lasciò così sul terreno senza usargli le attenzioni che la società avrebbe richiesto in un caso del genere. I corpi dei signori dovevano venir ricomposti, stesi per lungo sul dorso con la spada tra le mani giunte sul petto. La morte era talmente compagna di vita a quei tempi da essere raramente considerata reato. Ma reato fu considerato l’atto irriverente del contadino che non ricompose il corpo dell’arrogante sgherro, morto per l’eccessiva stanchezza di un uomo semplice. Il podestà non dedicò più di cinque minuti del proprio tempo a questo caso ed il ragazzone fu mandato alla forca tra una coscia di pollo e un arrosto farcito.
Lo vennero a prendere una mattina presto e lo trovarono in piedi davanti alla porta della cella intento a guardare un ragno muoversi. Fissando il gruppo di compaesani venuti ad eseguire la sentenza il contadino fece un piccolo cenno col capo in segno di saluto come era d’uso fare verso le persone più anziane, ma appartenenti allo stesso lignaggio. Il gruppetto conosceva bene il ragazzotto perché per anni le loro schiene si erano piegate assieme su quel campo a lato del paese e per anni si erano scambiati gesti gentili, d’aiuto, durante le dure ore sotto al sole cocente oppure esposti al gelido vento. Così venne loro spontaneo, prima di posizionarsi per la processione, circondare lo sfortunato e, a turno, toccargli la spalla guardandolo dritto negli occhi. Un saluto che significava molto di più. E’ in quel momento che la mente semplice del villano comprese il suo reale futuro. Fino ad allora era solamente stata felice per gli abbondanti pasti ricevuti in prigione. In realtà i pasti non erano abbondanti, ma lui non era abituato a consumare cibo quotidianamente. Mangiava quando trovava; così quel povero, ma giornaliero boccone fornito dai suoi carcerieri gli era sembrato un lauto pasto. Il gruppo di uomini iniziò a muoversi in processione. Il ragazzone tentennò perché il suo corpo non aveva risposto all’ordine mentale di camminare. Era come un ammutinamento interno. Il corpo si era paralizzato mentre il cervello avrebbe voluto correre anticipando tutti gli istanti precedenti l’atto finale. Il bisogno di saltare tutto per arrivare là all’ultimo momento di vita e capire cosa ci sarebbe stato dopo gli venne come una spinta istintiva. Era un pensiero importante per la sua mente semplice, ma forse e’ un pensiero comune a ogni condannato che cammina al proprio patibolo indipendentemente da quanto sia abituato a pensare. Lui era dilaniato tra terrore e desiderio; mentre il corpo rifiutava ancora di muoversi, il cuore batteva all’impazzata e il petto si gonfiava vertiginosamente. Fece una fatica immane per obbligarsi a camminare e si sentì stanco, molto più stanco di quando si sdraiava sul giaciglio dopo le lunghe ore al campo. Riuscì solo a pensare che quella forse era paura pura, che si prova raramente nella vita, poi la sua mente si annebbiò mentre le gambe presero a camminare da sole. Le pietre delle case divennero vivide e lui vide l’umidità uscire da esse e mescolarsi al loro color grigio; la terra dei campi cominciò ad ondulare sotto al carico delle spighe d’agosto e lui dovette tenersi forte per non seguirla; i colori dei fiori iniziarono a spandersi oltre i petali quasi a sporcare l’aria satura di calore e lui si perse in quel labile confine. Poi la sua mente non registrò più nulla.

Laguna

Andar per palafitte è cosa rara in questa epoca. Ma le terre di laguna han fatto di tal pali privata fondamenta. Così accade d’incontrarli in ogni dove. Essi popolan le acque, vergini di sale, a mezzo busto asciutto e a mezzo busto viscido di alghe e ruvido di gusci. Aspettano il tramonto per ricordare all’uomo il limite infinito dell’orizzonte vuoto. Scope di navigazione e pali da coltivazione custodiscono nel legno la vastità del mare e la forza del lavoro. L’occhio vi si appoggia per riprendere il sospiro quando la bellezza, scritta col bagnato, trattiene il fiato umano. Il dialogo tra i legni, sconosciuto a orecchio assente, fa da contrappunto al canto delle acque. Ma è il silenzio che emoziona per l’insieme dei due suoni e a noi non resta altro che sostare in quel profumo di salmastro.

Meduse e gamberetti

L’acqua non era il suo ambiente, ma quella distesa di meduse e gamberetti, sparsa nel verde di laguna, aveva un tale richiamo su di Lei che semplicemente si trovò a scendere i gradini di legno e ad immergersi con la delicatezza che i suoi cinquant’anni ancora le permettevano. Si muoveva lentamente, solo i minimi gesti necessari a non annegare per non disturbare quell’andare di pesci. Le meduse si spostarono il tanto che basta per farle spazio e poi si ridistribuirono come se lei facesse parte di quelle acque da tempo. Non la temevano, non la attaccavano. I gamberetti, ancora di color nero, perché vivi e crudi, parevano pensarla come le meduse e semplicemente si aggiustarono un poco. Così lei trovò il suo posto in quel popolo di gelatina e baffi neri. Con la bocca a filo delle acque baciate dai raggi del sole di tramonto ed i capelli infuocati dai medesimi lampi, alzò i palmi verso la luce, ma sotto al limite liquido ed aspettò. Le meduse presero a passare sopra quelle mani rivolte alla luce e vi si adagiarono dentro forse a provare la stasi in palmo umano o forse senza nemmeno sapere il perché. Lei chiudendo le dita riusciva a toccare il dorso degli animali; e, ad ogni tocco, l’animale reagiva muovendo tutti i tentacoli fino a sfiorarla. Era un poco come se un essere fosse lo strumento musicale dell’altro. Mentre questa musica di corpi avveniva altre meduse e gamberetti la sfioravano ovunque nel corpo, come ad assaggiarla, per poi continuare nel loro moto subacqueo. Lei perse il senso del tempo dentro a quel concerto bagnato, gelatinoso e lucente. Tornò a se stessa quando il sole aveva ormai perso i suoi raggi e le acque si erano fatte nere e scure. Lasciò gli animali alle loro faccende notturne ed uscì dall’acqua. Pura vida.