Il muscolo

Fare il muscolo non e’ cosa difficile. Sei conscio dei cicli di veglia e sonno che per te, però, sono categorie ontologiche tipo l’essere o ‘l non essere shakesperiano. Non ti preoccupi di lavorare perché, non sai come, ma gli zuccheri arrivano comunque , così passi il tuo tempo contratto o rilassato senza poi neanche sapere bene perché. E’ una meravigliosa vita di routine.
Erano, per l’esattezza, cinquant’anni che tu, pettorale, esistevi ad intermittenza e in questo, non corto, periodo qualche certezza l’avevi, pur tu, conquistata: vita e scopo sono sempre coincisi. Esistevi affinché io mi muovessi. Per te, senza necessità di contrarti e produrre un movimento, non sarebbe mai esistita esistenza. Non l’avevi a considerazione logica, dato che non sei dotato di cervello; era, più che altro, una certezza mnemonica nata dall’ inprinting che il movimento ha scritto nelle tue cellule, che loro, sì, hanno invece un cervello o per lo meno ricordi. Orbene, un giorno uno stadio di profonda immobilità ti ha colto, poi, al tuo risveglio qualcosa era cambiato. Non eri più là dove sei sempre stato. Scombussolato ti sei contratto, come al tuo solito, ma nessun movimento e’ accaduto perché là dove tu ora eri non era richiesto alcun moto. Sconvolto, hai chiesto aiuto alle tue celluline, ma loro invece di urlarti: “muoviti, muoviti” ti gridavano: “sii ciccia ferma ed abbondante”. E’ così che hai appreso che eri stato degradato da pettorale a ciccia da seno con buona pace delle certezze acquisite in cinquant’anni di vita. Sappi, però, che avere un seno con un passato da muscolo e’ un gran vantaggio perché sei duro e sodo che e’ un piacere guardare l’imprevista fissità. A me però piaceva la molliccia sodezza del tuo predecessore così ti chiedo di ammorbidirti e iniziare, nella tua fissità, a ballare quel poco che basta a lasciarmi pavoneggiare tra gli uomini per la riconquistata morbida tonicità. Chissà mai che, per orgoglio, l’altro seno non voglia copiarti!

Il padre e il figlio

Era nato bellissimo, un piccolo bambino perfetto. Venuto al mondo talmente veloce che la fatica del parto non aveva lasciato traccia sul suo corpicino indifeso. Biondo e roseo si era subito addormentato tranquillo, avvolto nei lenzuolini del piccolo letto su ruote. I suoi occhi si erano chiusi e le labbra rilassate mentre lui aspettava dormendo che il mondo si aggiustasse quel poco necessario a regalargli uno spazio dentro al suo pulsare. Le braccia materne, a poche ore dalla sua nascita, lo avevano poi alzato al cielo; quattro volte, una per direzione. Era stato alzato, neonato, per essere presentato al creato; era stato alzato, figlio, per ringraziamento del dono di vita arrivato insperato; era stato alzato, creatura, per chiedere una vita felice e prospera; era stato alzato, anima, per essere unito all’universo stellato. Poi era stato abbassato, abbracciato e baciato per indicargli il suo luogo d’amore nel mondo, sua madre. Anche braccia più forti lo avevano tenuto stretto, erano quelle dell’uomo che con la sua nascita era divenuto papà. Le labbra del piccolo avevano imparato a sorridere e, probabilmente, gli era piaciuto molto copiare quella smorfia dai volti adulti perché da allora non avevano mai più smesso. Cresceva felice, ricciolo e solare, protetto dagli occhi amorevoli di quella madre che abbracciava il mondo e lo trasformava per renderlo a misura dei suoi due occhietti svegli che chiedevano vita. Il creato si lasciava toccare quando lo incrociava perché lui era un bimbo dolce e vispo e curioso e bello oltre il normale e, così, ovunque mettesse i suoi piccoli piedi contaminava i luoghi d’amore, come fanno i papaveri quando coi loro calici colorano a rosso il mondo senza che la terra lo voglia. Così lui cresceva molto amato. Ma, un giorno, il padre decise che quel luogo d’amore con al centro i due occhietti vispi non era più abbastanza per la propria felicità e prese la direzione di un’altra vita. Non fu facile per la madre spiegare a quel piccolo volto sorridente che tutto chiedeva alla vita perchè le due braccia più forti al mondo non sarebbero più state lì a proteggerlo e a rendere i giorni a sua misura. Il mondo immutabile fatto d’amore si frantumò agli occhi del bimbo che, a soli cinque anni, dovette imparare a vivere sapendo che altro riempiva le giornate del suo papà; ma quel piccolo bimbo non chiuse il suo cuore alle scelte del padre. Lui continuò ad amarlo, per lui era sempre il suo super papà. Gli anni passarono, ed il padre approfondì i solchi di quella vita parallela che solo ogni tanto si piegava ad accogliere il proprio figlio. Un giorno di fine Gennaio arrivò una sorellina. Quando la piccola stava per nascere il bimbo, ormai ragazzino, disse a sua madre che non era una vera sorella, ma una mezza sorella. La madre ancora una volta abbracciò il mondo prima di restituirlo a suo figlio e gli domandò: “Tu sarai in grado di darle solo mezzo amore?” Il ragazzino rispose che non sapeva come tagliare l’amore a metà, così la madre gli disse: “Allora lei sarà un’intera sorella perché intero sarà l’amore che saprai donarle”. Il primo compleanno della piccola cadde di giovedì, unico giorno della settimana in cui la vita del ragazzino tornava a toccare la vita del padre. Il padre però disse a suo figlio che quel giovedì non lo avrebbero passato assieme perché lui doveva andare dalla sorella e festeggiare il suo compleanno. Il giovedì il ragazzino chiese alla madre se il padre quando era piccolo usasse passare i compleanni assieme a lui. La madre ebbe un sussulto e gli chiese se fosse proprio necessario rispondere a quella domanda. Il ragazzino però pretendeva una risposta e la madre dovette decidere tra verità o falsità. L’amore materno non voleva ferire il cuore del ragazzino già troppe volte amputato; ma quello stesso amore non voleva raccontargli bugie. Lasciò che le parole uscissero da lei senza pensarle e si ascoltò parlare: “No amore non c’è stato un tuo compleanno al quale papà abbia voluto essere presente. Nemmeno il caso lo fece mai capitare.” Questa volta la madre non riuscì ad abbracciare il mondo prima di restituirlo a suo figlio forse perché era troppo stanca e provata. Vide davanti ai suoi occhi il sorriso sul bellissimo viso del figlio spegnersi, la testa abbassarsi e le spalle stringersi nel dolore già molte volte combattuto. Guardandolo lei non riuscì a non pensare alla sua sorellina che si stava scaldando d’amore nelle forti braccia del padre mentre il fratello perdeva il sorriso. Uscì, là dove anni prima aveva alzato il proprio figlio al cielo, ma questa volta le braccia si irrigidirono contro i fianchi e i pugni si chiusero stretti in un perché urlato dritto al creato. Le mute lacrime del suo cuore bagnarono la notte stellata mentre il figlio nel letto combatteva l’ennesimo fortissimo mal di testa che il bacio di mamma ormai non riusciva più a far passare. Lei chiuse gli occhi regalando alla notte l’immagine del sorriso bambino scomparso dal volto del figlio; pregò le stelle di riportarglielo in sogno.

San Gallo

Era la regina di San Gallo indietro indietro nella sua infanzia, non la principessa che è cosa da bambine belline, lei ne era il re al femminile. Ancora la donna ricorda le corse spensierate su al Dosso del Grillo per accompagnare passo a passo la calata mattutina del sole verso la sua collina. È così che assicurava la luce al popolo sbarbato, scortandola in regale processione, un passo lasciato nelle tenebre e l’altro fatto nel giorno appena spuntato. E le piaceva accompagnare quella linea in movimento perché era come stare a cavalcioni del creato. Si sentiva libera, lei sola all’alba nel mondo vuoto, metà buio e metà illuminato. A quei tempi i suoi genitori erano ancora padroni della sua capigliatura che infatti era corta, tagliata per essere e non certo per apparire, ma il mondo racchiuso in quella valle, là dove i condannati passavano l’ultima notte di vita, apparteneva solo a lei e alla sua spensieratezza con la quale creava avventure per la comunità bambina che passava l’estate tra la collina ed il boschetto. Ogni elemento della natura si trasformava ai suoi occhi in occasione. E così trascinava la masnada di ragazzini a combattere le guerre della fantasia tra le trincee della collina per arrivare a sera saturi di schermaglie e paci con le guance rosee di vita. Oppure trasformava le cime degli alberi in comodi letti ove il suo popolo bambino potesse riposare nascosto agli occhi e ai pensieri dei genitori. Oppure ancora rendeva i grandi massi casse del supermercato ed i fili d’erba monete affinchè la sua parte femmina potesse divertirsi. Le spedizioni all’Adda, terra vietata, erano poi una prova richiesta a quel popolo bambino, così come le incursioni al cimitero per resistere, soli, alla vista delle fiammelle e poi tornare vincenti e cresciuti dagli altri. Tre gradini lei aveva per trono ai piedi della collina; lì decideva le sorti della giornata e lì chiudeva le serate d’estate; prima ad arrivare, ultima ad andare. Sì era il suo mondo e di null’altro aveva bisogno perché quello era un universo di meraviglie per i suoi occhi ancora bambini. Poi crebbe.

La donna ed il Tempo

Lei lo aveva sedotto senza volerlo. Un giorno, chiacchierando amabilmente, lui si accorse che nelle parole di lei mancava ciò che sempre c’era in quelle degli altri. Si innamorò perdutamente di questa assenza e da allora vivono fianco a fianco come sposi. Lei non si accorse subito di questo matrimonio, lo scoprì un giorno quando si rese conto che i suoi occhi sapevano vedere oltre. Dapprima si sentì potente, oltreumana, ma poi capì che era solo un regalo di colui che da anni viveva con lei, divenuto, così, suo unico sposo. Lei andò da lui e gli chiese: “Tempo perché mi hai sposata?” e lui le rispose: “Perché, tra tutti, tu non hai mai avuto paura di me. Sei venuta da me portata dai tuoi vivaci occhi marroni che molto chiedevano, ma nulla temevano ed io ho deciso di rimanere al fianco di quell’unica piccola creatura che voleva sapere senza temere. Mi sono fermato con te per respirare la tua libertà e per vedere dove mi avrebbe portato. Sai, millenni di paure e di lagne su come evitare la morte oppure vincerla mi hanno reciso l’anima e fatto schiavo della vostra umanità. Ho voluto sposare colei che non considera “la vita una scialuppa cui aggrapparsi durante un naufragio” per dirla con parole umane.” Lei tacque perché scoprire di essere spostata al Tempo e contemporaneamente rendersi conto di quale libertà riempiva la sua vita, fu un trauma. Sì, lei dovette venire a patti con questo matrimonio scomodo che le aveva dato in sposo non la carne, ma l’eterno; colui che per padre ha il Cielo e per madre la Terra; colui che generò sei figli e li mangiò tutti, eccetto uno che divenne Dio dell’Olimpo dopo aver battuto suo padre facendogli anche vomitare i figli dapprima mangiati. Ma non si scompose per queste notizie perché lei di lui accarezzava il sublime ed il terribile. Per questo non era scappata una volta conosciuto e gli aveva permesso di diventare il suo sposo. Fece molta più fatica con la seconda parte della scoperta; prendere coscienza dell’infinita propria libertà era scioccante perché la paura è un porto sicuro cui riparare e rendersi conto di non avere paure durante le tempeste della vita può al momento far cedere le ginocchia. Lei sussultò solo per un istante perché poi tornò a godere della grande calma legata alla sicurezza incastrata nella gioia che la libertà le dava. Il tempo le disse: “Vedi è questo che intendo, tu mi sei compagna perché non sai cosa sia il limite. Sei mia pari; unica in millenni. Per questo come suggello di nozze ho voluto regalarti ciò che agli umani è di solito celato. Ti ho donato la capacità di vedere negli altri ciò che è già stato.” Lei allora rispose al Tempo: “Grazie, mio diletto, anch’io voglio farti un dono, ti regalo ogni istante che fermo e dilato nel tuo continuo scorrere per assaporare la felicità umana e non dimenticarla; ti regalo l’amore mortale che unisce gli individui e li fonde in un attimo eterno di perfetta bellezza dentro alla vita che poi va. Ti faccio assieme una promessa, mio diletto: di te non perderò un instante perché è meraviglioso dormire con l’eterno e svegliarsi nel quotidiano.” A queste parole il Tempo nuovamente sedotto sorrise appagato.

Sognando Andrea

Entrarono dalla porta di legno impiallacciato, una di quelle che non hanno né arte né parte e che puoi comprare in un qualsiasi grande magazzino. Quella era la sua casa e lui ne andava fiero; si vedeva dall’espressione del viso dell’ uomo basso e tarchiatello. Lei si trovò immersa in uno spazio verde tirato a grassello. Il verde pisello, venato di bianco e grigio, ricopriva ogni parete e ogni soffitto dell’appartamento e con la sua sostanza di campi e natura faceva a pugni con la dimensione dei locali, piccoli buchi attaccati ad un corridoio che girava buio intorno a qualcosa che non apparteneva al appartamento. La cosa le stonava, lei non capiva come lui avesse potuto scegliere uno spazio del genere per vivere e quindi colorarlo così di libertà. Non le tornavano i conti. Poi ci pensò, lui appariva giovane, anche se nel suo cuore lei lo sapeva suo coetaneo; così quella, forse, era stata una scelta economica obbligata data la sua età ancora croccante. Mentre lei cercava di appiattire l’incongruità, lui si perse a fare cose, distratto da tutti i suoi ospiti e lei continuò a girare per quella piccolissima casa, sola con la sua sensazione di soffocamento. Oppressa da tanta strettezza, constatò che lui era gentile con lei, particolarmente gentile. Lui vegliava su di lei; infatti qualsiasi cosa lui stesse facendo od ovunque lui fosse, lei si sentiva nel suo campo visivo. Che sensazione gradevole era! Pensò che ciò fosse dovuto al fatto che nonostante i trent’anni di lui, loro fossero amici da almeno cinquanta e cinquant’anni di amicizia portano a comportamenti del genere, ma non volle andare oltre con quel pensiero per via di quella piccola differenza di vent’anni non proprio canonica. Così continuò a perdersi nel verde pisello strizzato dall’angusto spazio, girò un angolo e si trovò davanti al suo albero di Natale. Lo aveva costruito usando alcuni tavolini bianchi a forma di quadrifoglio impilati con gli steli uno sull’altro che aveva poi posato su un normale tavolo bianco con le quattro gambe di legno. Ogni petalo dei quadrifogli risvoltava verso il basso; su ogni petalo lui aveva accomodato una serie di addobbi natalizi; così, chi guardava vedeva il petalo delle palline, quello degli orsetti, quello dei festoni, degli angeli bianchi e degli angeli dorati. Sembrava tutto appoggiato, quasi abbandonato per essere poi riordinato. Gli steli dei tavolini a quadrifoglio giravano sul tavolo sottostante e, ruotando, i petali si abbassavano ulteriormente e gli addobbi rotolavano verso il basso senza mai però cadere oltre il bordo. L’effetto era bellissimo. Lei volle toccare un petalo disequilibrando il movimento e si ritrovò con un orsetto blu in mano, che frettolosamente cercò di riporre al suo posto mentre l’albero continuava a girare. In quel momento lui sbucò da un locale attiguo e le disse: “ Ti preparo da mangiare una minestra.” Lei gli sorrise e scusandosi gli disse che non era digiuna, ma sazia per la cena già consumata. Gli occhi di lui si illuminarono, e lei ne fu confusa, perché non capiva. Poi lui le disse: “ Bene perché a me non piace la minestra. Allora ora posso mangiare alla mia maniera.” Poi rise, le strizzò l’occhio ed andò in sala, che era pure piccola piccola. Lì un grosso tavolo rotondo troneggiava attaccato ad un frigorifero dalle dimensioni impressionanti. Lei lo seguì e quando vide l’ambiente non pensò tanto alla stranezza delle dimensioni degli oggetti, quanto al perché lui tenesse il frigorifero in soggiorno e non in cucina. Lui le fu al fianco ed aprì il frigorifero chiacchierando tranquillamente. Tirò fuori un vassoio Liberty di circa un metro e venti di diametro ove erano sistemati piatti e zuppiere coordinati pieni dei più disparati cibi. I colori dei cibi giocavano con tutti i riccioli dorati e sforacchiati della ceramica. Lei strabuzzò mentre il vassoio risposto sul tavolo lo occupò completamente. Lei ancora guardò incredula; … che oggetto meraviglioso era quello. Proveniente da un’altra era, appoggiato nel anno duemiladiciasette creava una frattura di tempo e spazio sorprendente da vivere. Col suo sorriso sempre ben stampato in viso, lui si sedette, ruotò il vassoio, e scelse il cibo da ingurgitare, prese il piatto e se lo piazzò in grembo. Toccò ad un hamburger con insalata e pomodori. Poi le disse: “ Così posso sempre scegliere cosa mangiare.” Lei gli sorrise indietro affascinata da tante stranezze. Mentre lui mangiava, fu attratta da alcuni documenti che riguardavano la sua propria vita e che erano arrivati a lui probabilmente a causa del suo lavoro. Nel suo cuore, infatti, lo sapeva avvocato. Con lo sguardo gli chiese se poteva darci un occhiata, lui le disse: “ Solo perché sei tu.” Venne ora di uscire. Lui le appoggiò un braccio sulla schiena e la accompagnò dolcemente attraverso una porta scorrevole. Così lei si ritrovò con lui in un montacarichi che saliva lento al piano di sopra. Lì attraversarono due ambienti, piccoli pure loro, la camera di lui e una specie di studiolo, entrambi disordinatissimi, e poi si ritrovarono di nuovo davanti alla porta di legno impiallacciato, quella che non ha né arte né parte e che puoi comprare in un qualsiasi grande magazzino. Uscirono. Lei nel suo intimo si chiese: “ Ma entrando la casa non era tutta su un piano? perché ora, uscendo, aveva invece due piani? ” Lui parve non dare importanza a questa piccola diversità. Forse, entrando ed uscendo spesso, ci si era abituato. Lei lo guardò di nuovo e fece un ultima riflessione: “ E pensare che quest’uomo per lavoro fa il soldato ….”.
Poi fu la notte….forse normale.

Il ragazzo e l’uomo

Loro sono due uomini. Uno adulto, cotto a puntino; in quell’età in cui si è sbocciati al’entusiasmo dell’indipendenza, senza avere ancora vissuto abbastanza per sentirne la fatica. Un uomo da “enta”, insomma. L’altro un ragazzetto che non meno di un mese fa si è alzato la mattina urlando a sua madre: “mamma da ieri sono un teenager”, cosa vera! … in un corpo, per dimensioni, adulto. Così la loro la possiamo descrivere come un’amicizia tra un Enta e un Teen. Accadimento raro oggi dove la differenza di età è una barriera divisoria impenetrabile che cade solo intorno ai cinquant’anni. Il giovane uomo, ancora non brizzolato, è un isolano e lo si nota dalla sua parlata che è tonda e ridondante, proprio come si addice ai suoni quando sono abituati a schiantarsi contro un mostro di enormità quale è il mare e che, per non dissolversi, devono tornare indietro sui propri passi e così si caricano ancora di più di se stessi. Ma a differenza della sua parlata, lui è un uomo fatto di corridoi e ponti, aperto alla vita e proiettato verso gli altri esseri umani che accoglie con un profondo sorriso dalla barba rasata. Il ragazzetto, invece, è nato e cresciuto in una metropoli e ha speso la sua giovane vita a metà tra la terra di nessuno, quale è la sua città, e la terra consacrata dall’altra parte del mondo, la terra indiana, ove suole passare parte della sua estate; così lui già sa che un fulmine non è sempre pericoloso allo stesso modo. È un ragazzino madre munito, ma non padre munito in quanto figlio di quel tipo d’uomo che ama alla follia il sangue del suo sangue, ma gli è sempre impossibilitato, per qualche incredibile motivo, spendere la propria vita a fianco della ricchezza in dna nata dai propri spermatozoi. E’ un tipo d’uomo-prodotto di questa era, lo si sta scoprendo, ma ancora non lo si conosce bene per darne una descrizione scientifica; tempo fa comunque non esisteva. Il giovane adulto ed il teenager si sono incontrati sul terreno di una passione comune, anche se par l’adulto stava significando lavoro e per il teenager vacanza un poco stile parcheggio per un grave problema sorto in casa. Qualcosa, durante quella quotidiana frequenza, è scattato tra i due uomini e da sconosciuti si sono trasformati in … famiglia … lo chiamerei. Non posso, da donna, descrivere un sentimento maschile perché non sono in grado di provarlo e pertanto mi è vietato riprodurlo in parole, ma posso descrivere ciò che i miei occhi hanno visto e, tra quei due, hanno visto nascere un’attenzione rara, fatta di disponibilità, presenza, gentilezza, costanza, rispetto; l’adulto verso il ragazzo ed il ragazzo di ritorno all’adulto. E’ come se loro due si fossero notati tra molti e scelti per costruire qualcosa che tocca l’intimo del loro animo, ma che ancora stanno scoprendo. Per questo non mi è venuta altra parola che famiglia, perchè entrambe le relazioni possiedono lo stesso nocciolo fatto di mistero e concretezza. Ed è qui che mi incanta la loro storia; è nel vederli scoprire e costruire quel legame che si è creato per un caso destino che li ha visti entrambi in un luogo ed in un tempo contemporaneamente. Quello tra i due giovani è un legame che li lascia liberi di vivere la propria vita tanto diversa per età, ma che rimarrà una costante nel loro futuro comune di uomini. Come lo so? Perché è un legame che li ha segnati. L’adulto lo dimostra con infinite gentilezze verso il ragazzo. Lui è un adulto che c’è in mille modi nella vita del ragazzino, ed è un esserci fatto di concretezze palpabili. E’ un esserci che si spende nel mondo reale e non nel mondo delle parole o delle intenzioni.
Che meraviglia a guardarlo!
Il ragazzo lo dimostra da ragazzo. Per descrivervi la sua bellissima modalità, do un nome all’adulto, poniamo che si chiami Antonio, anche se questo è più un nome da “anta” che da “enta”, ma gli si addice per i richiami eroici del nome al valoroso condottiero dimenticato per le sue gesta dai suoi discendenti ed osannato per le medesime gesta dai suoi posteri. Orbene quando il ragazzo parla a sua madre del suo amico adulto non lo chiama semplicemente Antonio, ma lo appella sempre dicendo: “il mio Antonio”; quando ciò accade, la madre sa che dentro al quel “mio” non esiste traccia di possesso, ma che tale parola è la culla di ciò che tra loro è nato per quel caso destino che rende belle le vite umane; la madre sa anche che quel “mio”, urlato felice, è il contenitore amorevole di ciò che entrambi vorranno metterci in futuro; è uno spazio vuoto da riempire di vita; così, quando il ragazzo dice “ il mio Antonio”, alla madre sobbalza il cuore di felicità, per quella condizione rara regalata al proprio figlio.
Che meraviglia a guardarli!
So, perché li ho sentiti direttamente, che nessuno più in quella casa chiama l’adulto Antonio, perché per tutti è diventato “Il mio Antonio”. Questa è la famosa proprietà transitiva che esiste tra madri e figli.
Ma, da donna, io so anche che quella madre utilizza tali parole per onorare agli occhi del figlio quell’amicizia nata tra lui, teen, e l’uomo negli enta.
Perché vi ho raccontato questa storia? Perché è una storia normale.

Lui e Lei amici

Erano stati amanti tempo addietro, poi lui era scivolato via dalla vita di lei come usano fare oggi gli uomini moderni. Il loro era stato un rapporto molto poco fisico, ma alquanto virtuale. A lui piaceva intrattenersi con lei attraverso una quantità quasi infinta di messaggi scritti dentro al telefono. Lei per un poco ci si era divertita, ma poi aveva iniziato ad essere insofferente di quel rapporto tutto giocato su frasette, ma totalmente arido di carezze. La situazione si risolse nel giro di qualche mese quando lui divenne muto e con lui il telefono di lei. Lei però si infastidì. Era vero che da donna non stava dentro a quel rapporto pensato, ma non vissuto, però le bruciava lo stesso il fatto di essere stata messa da parte senza nemmeno un: “ciao, è stato bello”. Così lei, un giorno, si mangiò lui con un feroce messaggio. Lui si negò ancora di più e poi ognuno si dimenticò dell’altro permettendo alla propria vita di tornare ad essere il solito susseguirsi di atti conosciuti. Passò un anno o forse due e, per coincidenze della destino, tornarono ad incontrarsi. Questa volta lei se lo mangiò di persona, lui, però, invece di farsi digerire da lei, si impunto e volle chiarirsi. Così a lei toccò smettere di masticarlo, lo dovette sputare e fu forzata a guardarlo in faccia. Avrebbe potuto degluttirselo e digerirselo, ma qualcosa nel comportamento di lui le prese il cuore e fermò il suo fastidio. Per la prima volta in vita loro si parlarono in persona. Forse fu il fatto che oltre ad amarsi, dormirono insieme oppure semplicemente che erano due persone buone ed intelligenti; fatto è che, col tempo, scoprirono di avere attenzione l’uno per l’altra. Piccoli gesti che si ficcavano nei loro cuori e nelle loro menti lasciando un’impronta pesante. Certo, tutto era semplificato perché a nessuno dei due passò per la mente di tornare ad amare l’altro e questo, nel mondo di oggi, rende più facili i rapporti tra sessi. Sì perché il mondo adulto con il cambio di millennio è tornato bambino, circa sui dieci anni, quando ci si fidanza e non ci si guarda né parla più e per tornare a parlarsi e giocare assieme bisogna ufficialmente sfidanzarsi. Loro due si sfidanzarono pronunciando frasi di rito. Lui le disse: “sono senza palle”; lei gli disse: “ti ho sovrascritto”. Da quel momento divennero intimi regalandosi la libertà di parlarsi. L’intimità li rese amici e l’amicizia li portò a volersi bene. Iniziarono ad essere presenti nella vita reciproca, quella reale. Per la prima volta si accarezzarono davvero. Inventarono pure un nuovo gioco; gli altri, guardandoli giocare, dissero: “giocano a uomo e donna”.

Laura

Aveva trent’anni, o poco più, o poco meno. A guardarla però sembrava una ragazzina. Era entusiasmo, era azione, era sorriso. Faceva un lavoro così. Il suo pensiero, quando capitava di dover prestare aiuto in giorni dove il tempo era tanto cupo da spegnere anche la più profonda speranza, le faceva dire: “Meglio, se mi ammalo domani non dovrò lavorare!” Lei non aveva ancora venduto l’anima alla sua professione. La sua giovane età era riempita da innumerevoli distrazioni che la impegnavano in un, direi, frenetico, giringirare con l’intento di occuparsi di ogni diversivo le fosse proposto per nutrire la sua voglia di vivere. Il suo corpo non era dotato di forme perfette, ma possedeva il sole dentro, così ogni essere umano amava fermarsi vicino a lei per scaldarsi. Possedeva il fascino delle curve giovani ancora non impreziosito dalla sensualità della maturità e lei lo usava inconsciamente, come fanno le giovani donne che ancora devono scoprire la propria infinta potenza. Era amata per il suo sole e per il suo corpo. Ragazza normale eppure rara. C’era qualcosa in lei cui non era facile dare un nome, ma lei pareva totalmente inconsapevole di ciò, così non era possibile capire cosa fosse. Era una giovane donna ancora ragazza, una tra tante che riempiono le nostre strade.
Una sera la vidi ferma davanti ad un bar con il suo gin tonic in mano avvicinarsi alla band che suonava. Con i suoi modi gentili disse qualcosa all’orecchio del musicista che annuì con la testa; la band le fece spazio tra gli strumenti, lei appoggiò il gin tonic che sostituì in mano con un microfono, poi chiuse gli occhi. Piccoli istanti per creare silenzio dentro di sé e dentro ogni singola persona fosse in quel bar. Gli strumenti attaccarono, lei aprì gli occhi e la sua voce iniziò a riempire lo spazio intorno e riempito quello passò a colmare ogni singola cassa toracica per poi inondare ogni singolo cuore. Una voce nata perfetta, rotonda ed avvolgente, capace di scaldare le corde di chiunque e trascinarle in un mondo di emozioni da far tremar le gambe e obbligare a sedersi inchiodati a quei suoni. Lei, cantando, sapeva spingere una folla dentro nella musica e da lì portarla poi ad ascoltare il proprio respiro sincronizzato su note pronunciate con potenza divina. Su quel palco improvvisato era sparita la giovane donna ancora ragazza, quella tra tante che riempiono le nostre strade ed era emersa la signora della musica, donna rara nel mondo umano che col solo suono della propria voce incanta e porta ogni essere umano a godere per qualche istante della perfezione di sé dentro alla musica. Così quella notte ha dato un nome a ciò che sfuggiva. Lei era la musica che accompagna ognuno nel proprio viaggio. Per questo era amata.

A piedi scalzi

A volte la vita nasconde le tue scarpe preferite così ti tocca arrangiarti se vuoi camminare. La scelta e’ tra sedersi e aspettare che la scarpe riappaiano oppure farsi venire un’idea. Se lei si fosse seduta ad aspettare avrebbe mantenuto intatti tutti gli spessori della vita. Essi stanno nelle suole dei calzari, con loro nascono in fabbrica, ma poi ognuno se li accomoda su di se’ camminandoci dentro. Tali piccoli centimetri di materia, però, a loro volta, plasmano i passi di chi porta le scarpe ed, in qualche modo, li vincolano. Camminare su una suola e’ come camminare con un filtro indossato. Questa situazione, a pensarci forte, e’ una grande compagnia perché tale filtro e’ sempre li’ con noi! Così accade che non si cammini mai in solitudine anche se si pensa di essere persone sole. A pensare ancora piu’ forte la stessa idea di essere soli e’ il nostro piu’ grande filtro. Viviamo avvinghiati a un pensiero che ci arrocca, vincolati in perpetuo matrimonio, con una torre senza porte a sposa. Non siamo soli, siamo solo schiavi di un paio di vecchie suole.
A lei venne un’ altra idea; decise di camminare la vita a piedi scalzi. Perse i filtri e guadagnò il contatto. La perdita porta sempre con se’ un maggior grado di consapevolezza; infatti non sempre sai di avere, ma ti accorgi immediatamente di aver perso perché ti manca ciò che non e’ più ed appena ciò accade tu gli dai un nome per ritrovarlo. Lei decidendo di camminare nella condizione in cui la vita l’aveva messa mosse i primi passi a piedi nudi senza spessori. Non era più in compagnia della sua immagine di donna, non era più sposata a situazioni che la obbligavano a modificare il valore di se’ per andare incontro ai valori altrui, non era più nemmeno attaccata alla sicurezza di essere sana e vitale e durevole; mettendo i piedi nudi per terra senti’ la vera solitudine, quella sana al sapore di poverta’, e fece una grande scoperta; capi’ di non avere paura di nulla ora che camminava la vita con i suoi propri piedi e non sulle suole delle sue belle scarpe. Si fuse alla vita e provo’ la più intima felicità. Lei divenne libera e decise di non rimettere mai più un paio di scarpe. Si conquisto’ la vera vita.

il thè delle 17.00

Alle diciassette e’ sempre meglio farsi una tazza di thè. Sono stati gli Inglesi che hanno inventato questo piccolo stop un paio di ore prima di coricarsi. Loro bevono il thè interrompendo ogni fatica perché sono i padroni del mondo e quel gesto lo dice chiaro: “Fermati mondo che ora ti domino sorseggiando”. Siccome sono ormai secoli che ciò avviene, quel gesto, per semplice ripetizione, e’ divenuto significato, così chiunque si ferma e beve il thè delle diciassette diventa il padrone se non del mondo della sua vita. Ci sono vite che scappano via per leggerezza, altre per pazzia, molte per indecisione. Ho visto una vita surfare sull’indecisione, girarsi e mordere a morte tutti i suoi protagonisti., cadaveri li ho ritrovati dopo che la vita e’ fuggita. Dalle visioni pero’ si impara e cosi’ oggi conosco l’antidoto per evitare di essere morsi a morte. Basta attraversare la giungla tra le sedici e le diciassette sfidando la barzelletta, farlo e poi bersi una tazza di thè. Soli se capita. Assieme se capita.