Il ponte

Quante volte aveva attraversato quel ponte? Erano anni ormai; questa sarebbe stata un’ennesima di molte. Presto la mattina viveva quei momenti così particolari accompagnata dal profumo della natura e dalle nebbie del giorno che nasce. Amava mantenere i ricordi di ciò che sarebbe stato legati all’esperienza dei sensi di ciò che precedeva. Perciò, quell’alba gelida, lei si chiuse nel suo pastrano, nascose il capo sotto al cappello e si incamminò verso il giorno. Sentì strisciare i tessuti sulle foglie appassite, così per un poco lasciò il suo orecchio ascoltare quel dialogo tra trame, che montava come un crescendo e poi tornava quieto, quasi nullo. Poi fu distratta dai movimenti dei suoi piedi che schiacciando nudi le vecchie assi del ponte rendevano l’abitudine del camminare un’invenzione condotta e si perse nel modificare il suo peso per far in modo che il legno sotto di lei le restituisse tutti gli scricchiolii che conosceva. Adorava sentire l’anima di quel corpo estraneo passarle attraverso i piedi e fondersi nella sua carne. L’umidità di quella mattina invernale le appiccicava la cappa addosso imprigionandola nei suoi medesimi movimenti, così per un poco si immerse nei confini fermati da quell’abbraccio bagnato che le premeva addosso marcando la differenza tra un fisico e l’altro. Giocò ad accaparrarsi un pezzetto di aria per obbligare, come in un intimo scontro, l’altra massa a farle spazio dentro di lei. Nel lottare si accorse col naso del sapore di quell’ora rara e si fermò ad annusare profondo e lungo per fermare in un brivido fisico l’odore di vita. Perse i suoi occhi nella nebbia densa che attutiva ogni pensiero nel limbo del nulla per regalarle la libertà di sentire ogni cosa. Lei lasciò andare gli occhi smarriti e chiusi, si accarezzò i piedi, tirò su col naso e poi, cieca di idee e sazia di sensi attraversò il ponte. La c’era l’altra sponda, lei era pronta.

il foglietto

Ci sono foglietti e foglietti. Di alcuni non vedi l’ora di sbarazzartene, altri servono per breve tempo, pochi hanno invece importanza vitale. Questa e’ la storia di un foglietto vitale. Aveva il valore di un passaggio in traghetto per due. Auto ed essere umano. Il valore stava più nella meta che nel passaggio. Dall’altra sponda del lago c’era infatti l’appuntamento che ti può cambiare una vita. E la’ bisognava arrivare! Per questo era vitale il foglietto; per attraversare. Era stato riposto in bellavista sul cruscotto assolato in attesa dell’imbarco, ma faceva caldo troppo caldo nell’auto così tutti i finestrini furono aperti per arieggiare. Fu allora che il foglietto decollò. Prese il volo prima ispezionando l’intero abitacolo, poi sperimentando lo spazio aperto… via libero nel forte vento. Mentre il foglietto fluttuava leggero, l’umano si lanciò a braccia all’aria nel tentativo di riacchiappare il fuggitivo. Pareva danzasse sui piedi mentre le braccia compivano allungamenti stirati. La piccola folla al contorno si immobilizzò paralizzata dall’ inversa danza di foglietto ed umano. Quello era il più raro paso doble mai visto. Ma i movimenti non sortirono l’affetto di riunire umano e cartaceo, così si alzò nel vento un voce a lusingare il muto oggetto. No! No! no! fermati per favore fermati; non costringermi ad un bagno nel lago. Appena la voce si unì alla danza la folla trattenne il respiro come ad aiutare nella cattura del sottile evaso. Poi ci fu una grande risata e forti battiti di mani. Il foglietto pensò di essersi trasformato farfalla e su un ramo si posò così la mano l’acchiappò!

Incontro all’angolo di Porta Venezia

Questa è una storia che accade ogni mattina, allora più che storia andrebbe chiamata cadenza. È la cadenza tra due donne che, da anni, si sfiorano. L’una appartiene al mondo gitano, porta sul volto i tratti della vita all’aperto, è difficile darle l’età, ma gli anni sono sicuramente molti. Siede all’angolo delle due vie, tra le più eleganti di Milano, accovacciata nei suoi gonnoni su un piccolo sgabello che scompare sotto al suo corpo grosso. La testa è ogni giorno coperta da un fazzoletto triangolare, chiaro nei colori, e non sempre pulito; il corpo è fasciato da quelle lunghe gonne accese, in velluto, che non cambiano mai, nemmeno nell’arsura di piena estate. L’altra è alla vista più giovane, veste alla moda italiana, porta jeans e stivaletti, ma anche gonne dalle varie lunghezze e scarpe coi tacchi. I suoi vestiti cambiano ogni giorno così pure il suo aspetto ed il suo capo è raramente coperto. Ciò che invece non cambia mai è la borsetta ed il giaccone invernali, per i quali ha sicuramente una particolare predilezione. La gitana non parla italiano, l’italiana non parla gitano. Si incontrano sempre di prima mattina, quando le strade sono ancora deserte. Anni fa era solamente un passare davanti ad una straniera accovacciata, ma la cadenza con cui ciò accadeva ha costretto le due donne a notarsi e riconoscersi. Così per lungo tempo fu semplicemente abbozzata una specie di smorfia che pareva un sorriso da parte di entrambe. Era un poco un vorrei, ma non posso. Poi la cadenza divenne così costante che non fu più possibile ignorarsi educatamente. Probabilmente le loro culture, tanto lontane anche se vissute nello stesso luogo, hanno entrambe il seme dell’educazione che passa attraverso il riconoscimento di un essere umano che ti vive accanto. La smorfia divenne un aperto sorriso. Era un sorriso buongiorno perché avveniva così presto la mattina; credo che, per entrambe, sapesse di caffè. Il sorriso durò più di un anno. Un sorriso al giorno, poi più nulla. Ma quando i sorrisi diventano abitudini hanno il potere di scardinare distanze e quei due sorrisi l’hanno scardinata la distanza tra etnie. L’italiana, cresciuta in un mondo di parole, un giorno ha accompagnato il sorriso con un “buongiorno”, ricevendo in cambio il solito sorriso gitano. Pronunciato il saluto una volta, è per cultura impossibile tornare indietro, così il sapore di caffè fu sentito non solo in un gesto, ma anche in una parola. La cultura gitana, probabilmente, è molto più diffidente perché a lungo non vi fu risposta al buongiorno; poi, quel profumo intenso di mattina forse divenne irresistibile e al buongiorno italiano iniziò a seguire uno strano movimento del capo gitano, una muta risposta; così per parte italiana il buongiorno divenne un “buongiorno signora”. Ma la gitana un giorno sparì ed a lungo l’angolo perse i variopinti colori. L’italiana notò l’assenza e spesso sperò, girando l’angolo che fa entrare alla piazza, di riuscire a sentire di nuovo quello strano profumo al caffè parlato e ammiccato.
In una giornata di cielo blu, la donna gitana fu di nuovo al suo angolo e non appena l’italiana girò le strade, si aprì in un grande sorriso, e poi … parlò. Disse parole nella sua lingua natale, sorde all’orecchio italiano anche se profondamente gradite. La bocca gitana non smise il soliloquio e, da allora, pronuncia ogni giorno parole dai suoni diversi e incomprensibili. Spesso li accompagna con movimenti delle mani che si uniscono e dividono a sottolineare quelle parole sconosciute. La donna Italiana rallenta in modo che la gitana abbia agio a parlare e finire, ma ancora non ferma il suo passo. C’è il tempo per un sorriso, un buongiorno e parole che formano frasi ignote, tanto l’italiana trascina l’istante di un passo. La cadenza mattutina dell’andare rallentato a contenere sorrisi, gesti e parole rare è diventata l’abitudine tra le due sconosciute così lontane per vita. Questa è la storia che accade ogni giorno all’angolo delle due vie tra le più eleganti della città.

Bionde Orza

Questa di bionde capello è la storia, quando, per appuntamento, entrarono là dove le Cariatidi guardano. Buio era l’antro di palle ornato. Rotondi e muti i mondi risplendevano nel firmamento attento. Le due donne dalle chiome ricciute venivano dalla galassia di Orza Minore per tradurre in parole quei mondi silenti. Difficile era per loro capire quel linguaggio lontano ed il cellulare lettore di barre dovettero usare per decifrare simboli e segni. Il passar di energia dai codici ai telefoni caricò le chiome ricciute di forza Orzea. Fasci di luce bionda, per scarica accidentale, alimentarono tutti i mondi silenti che, con gran stupore di donne e rumore di ingranaggi, si aprirono in sculture dorate. Dalla lacuale Orza Minore, attraverso galassie lontane, le due donne viaggiarono fino a quel antro cariatideo per far sbocciar bocce d’acciaio. Eseguito l’arcano e spenti i ricciuti capelli al freddo milano tornarono sazie.

Attraverso un uscio

Erano già le nove e dieci ed era tardi, la conferenza iniziava alle nove. Lui aveva voluto fermarsi qualche minuto in più in quel bar buio e stretto senza motivo, forse per stare ancora un poco solo con quella donna che tempo prima lo aveva ammaliato e che ora gli chiacchierava al fianco tranquillamente, dimentica dei tempi addietro. Lei invece voleva andare. Il tema tecnico della serata affascinava la parte del suo cervello che adorava perdersi nei concetti difficili e quella era un’occasione ghiotta. Era la sua serata intellettuale. Finalmente lasciarono il bar. Lei aveva bevuto uno Spritz, alzandosi lo sentì tutto e pregò che non gli ottenebrasse troppo la mente perché da lì alle prossime due ore doveva averla tutta a disposizione e già si portava addosso la stanchezza di una giornata di lavoro. Chiacchierando amabilmente arrivarono alla sede e suonarono alla porta perché era chiusa. Aprì uno tra gli uomini che avevano organizzato l’evento, lui e la donna si conoscevano, c’era sicuramente rispetto reciproco, forse l’inizio di un’amicizia. Lui vero professionista, lei pura amante, le due facce dello stesso soldo. Appena l’uscio si aprì lei sorrise d’istinto, e d’istinto guardò il viso di chi apriva. L’espressione di lui cambiò in un nano secondo, quello che lei vide dipinto sul viso del quasi amico fu puro stupore, le disse qualcosa del tipo: “tu qui?” e lei si intimidì chiedendo a sua volta: “ Posso?”. Il viso di lui si aprì in un sorriso rilassato e facendola entrare le disse all’orecchio: “Certo … e poi sei socia …” Lei si sentì accolta ed entrò, con l’amico dietro. Voi mi chiederete: ma perché ci racconti la storia di un ingresso ad una conferenza?” Perché non è solo il racconto di un ingresso in una sala, ci fu un’altra esperienza dietro a quel oltrepassare una soglia. Un’esperienza che nutrì il cuore di lei, mentre chiunque altro era ignaro. Quanto tempo era che non le accadeva di essere la causa di un’emozione forte abbastanza da poterla leggere chiaramente sul viso di un uomo? Troppo!… aveva dimenticato. Nemmeno sul viso dei suoi amanti leggeva più alcuna emozione nei suoi confronti; erano tutti amanti meccanici.
Ma quell’uomo, in fondo estraneo, si era stupito del suo semplicemente essere lì, aveva reagito a lei e questo l’aveva fatta sentire viva. Per un momento millimetro avevano danzato la cresta delle emozioni. Quella di lui, era stata una pura reazione, sganciata da tutto e senza nessun altro significato, ma bellissima perché donava vita. Lei si sentì causa e le piacque. Entrando lei si chiese: “Quanto tempo è che non reagisci così ad un altro essere umano?” “Troppo tempo, un tempo infinito” si rispose. Così quel passaggio attraverso un uscio la caricò di vita e le ricordò che parte della sua umanità stava nel lasciarsi stupire dalle persone. Ma la conferenza era ormai iniziata e ora doveva prestare attenzione alla direzione di tutte quelle forze che giocavano tra loro piegando, incurvando, tirando e, a volte, spezzando.

La solitudine

Aveva attraversato chilometri di terra innevata e battuta dal vento scarico di sole. Il paesaggio invernale era reso particolare dalla neve ghiacciata sugli alberi dorminenti che, come una nuova pelle bianca, chiedeva carezze al suo occhio. Non era facile accontentare tale paesaggio presa com’era dalla guida bagnata del suo quattroruote, ma riusci’ comunque a saziarlo con alcune occhiate fugaci. Svolte le faccende programmate, si trovo’, sola, ad usare il grosso traghetto di ferro che solca il lago da una riva all’altra. Lei e la sua macchina. Il vento batteva forte da nord caricato oltre misura dalla velocita’ del battello. A stento la donna riusciva a mantenersi in piedi se non protetta dal ferro ghiacciato. Si guardo’ intorno vedendo la sua solitudine, allora si avvicino’ un poco di piu’ alla macchina, cosí per avere un po’ di calore da un essere familiare; poi guardo’ oltre il ferro del battello, oltre i salvagenti di sicurezza e sbalordi’. Vide quel mondo fatto di montagne e di acqua, vuoto di umanita’, ma pieno di bellezza, anch’esso solo nella sua imponenza, contenere la sua medesima piccola solitudine e si sentí grandiosa. Mai le era capitato di essere parte della solitudine altrui. Mai aveva notato il lato splendido di tale sentimento. Le ci volle il lago per viverlo. Ma ecco che il battello approdava. Lei sali’ in macchina, accese il motore e si lascio’ l’immensita’ alle spalle; ora aveva bisogno di un caffe’ bollente.

L’approdo

Era una giornata piatta, di quelle che il sole non c’è; e tutto è una sfumatura di grigio. Il grigio toglie al mondo la dimensione della profondità per questo che le giornate poi sono piatte. Lei aveva portato il suo vestito bianco, quello con il corpino stretto, la sottana lunga dietro alle caviglie e il cappellino con la visiera di pizzo a bere un latte macchiato al Pontile, da dove ogni tanto partono e arrivano i traghetti. Ovviamente appoggiato alla sedia non mancava l’ombrellino bianco della stessa stoffa del vestito e con lo stesso pizzo del capellino, quello con il manico in midollino che lei non lasciava mai; così anche oggi era lì, chiuso testimone della mancanza di sole. Mentre sorseggiava il suo latte macchiato decise di scrivere una missiva all’amico lontano, obbligato a letto da una brutta ferita alla gamba. Era tanto tempo che non scriveva all’amico così si concentrò in modo particolare sulla grafia, non voleva che l’amico allettato avesse difficoltà a leggere la sua missiva; voleva che lui vivesse con sollievo e non con fatica il tempo della lettera. La sua attenzione era tutta presa dalle parole che si formavano sul foglio bianco, ma quando si fermava a pensare agli argomenti da raccontare e alzava la testa, non riusciva a non distrarsi con la vista di quel pezzo di lago che in quel punto si chiude per poi riaprirsi un poco, poco più su. Lei guardava l’acqua ferma dalla mancanza di vento e si sentiva addosso il piatto del grigio. Era come essere lei stessa in una cartolina e così la figurò con sé seduta al caffè ricurva mentre scriveva attenta a non sbavare l’inchiostro. Era come essere lì e poi essere lì di nuovo. Che rara sensazione! Pensò che forse poteva scrivere le sue sensazioni all’amico lontano, ma poi ritenne che non si addiceva ad una donna del suo rango parlare di cose così intime ad un uomo, poi le venne pure in mente che non fosse poi tanto normale pensare i suoi pensieri … in fondo al millenovecentosessantotto mancavano ancora un centinaio di anni … allora si scosse da quei pensieri in cerca di normalità e la trovò nel traghetto che lento e suonate attraccava alle scope di ferro. Ci salgo o non ci salgo? Guardò tutte le persone in attesa della partenza con le loro bombette, i loro cappellini, gli strascichi non lunghi e non corti, gli ombrellini ed i bastoni di teste muniti. No io rimango in questo paesaggio da cartolina a sentirmi piatta e rotonda contemporaneamente. Abbassò la testa e tornò a concentrarsi sulla sua missiva incarnando nei segni del pennino il mondo fuori e dentro di lei. Scelse di salire nel pomeriggio sulla barca a vela filante che l’aspettava nel porto di Santa Cecilia. Fermo sul molo ad accoglierla c’era l’equipaggio al completo, formato da quattro giovani marinai in maglietta a strisce blu e bianche che si impettì un poco di più al suo passaggio. Quando salì sulla barca, aiutata dal movimento garbato del capitano, posò una mano sul cappellino, mentre con l’altra si tenne stretta all’ombrellino. Si godette quel viaggio piegato, portata dal vento che ora increspava l’acqua e restituiva al mondo la sua profondità nel totale silenzio della natura e dell’artefizio.

L’anima del pianoforte

Lei adorava quelle mani; ormai da lustri viveva per loro. Si erano incontrati anni prima, quando quelle dieci piccole dita l’avevano accarezzata per gioco. Là in fondo nel tempo, esperta com’era di mani, lei aveva capito che quelle dieci ditina sarebbero, un giorno, diventate capaci di dialogare tra loro, creando frasi mai prima ascoltate. Così l’anima del vecchio pianoforte aveva donato a quelle manine il suo suono migliore; giusto per vedere cosa avrebbero fatto. E le manine risposero toccando le sue corde, rapite da quel nuovo mondo di suoni. Le dieci dita crebbero adulte su quei tasti esperti fino a diventare nodose. Insieme divennero leggenda. Poi un giorno ci fu il silenzio. I’anima del pianoforte aspettò e poi ancora aspettò, ma quelle mani rugose non l’accarezzarono più.
Possibile che le amate dita se ne fossero andate dimenticandola? Sì, era possibile! L’uomo dalle mani nodose aveva smarrito il suo pianoforte … o forse, aveva smarrito se stesso!
L’anima del pianoforte si zittì. Semplicemente perse la sua voce.
Fu in quel’attimo che iniziò il suo cammino solitario. Venne, assieme al pianoforte, spedita nei luoghi più remoti della terra per essere suonata dai migliori pianisti del mondo; ma nessuna mano cavava più alcuna frase da quel legno dotato. Divenne un affare mondiale riuscir a far di nuovo parlare il pianoforte smarrito e muto.
Mani spagnole lo toccarono per regalargli il fuoco flamenco, ma nulla.
Mani inglesi giocarono con lui come la pioggia leggera gioca a bagnare i soprabiti, ma nulla.
Mani russe lo gelarono con toni puri e poi lo scaldarono con toni dai colori sgargianti, ma nulla. Mani giapponesi gli regalarono fiori di loto, ma nulla.
Mani americane lo portarono in parata al ritmo di uno swing, ma nulla.
Mani tibetane lo elevarono al suono delle loro campane, ma nulla.
Ormai erano centinaia le dita che in tutto il mondo avevano cercato di far tornare all’anima del pianoforte la voglia di suono … ma nulla.
Il pianoforte venne allora riportato a casa.
La porta fu lasciata aperta in modo che chiunque ne avesse desiderio, potesse poggiare le sue mani su quei tasti zitti.
Molti si sedettero al piano per raccontargli all’orecchio la propria storia. Era bello! Ognuno raccontava di sé a quei tasti e loro ascoltavano muovendosi nel silenzio. Non un suono, di quello che le dita dicevano, mai usciva da lì. Il pianoforte imparò molte cose del genere umano; felicità, tristezza, disincanto, amore, rabbia, tranquillità, gioia, ansia, spensieratezza. Lui esprimeva tutto attraverso il silenzio della propria anima. Grande era la potenza maestosa e rigeneratrice di quel suono muto. Le persone, toccandolo, appresero che il silenzio aveva profondità e leggerezza. Ognuno si alzava da quel seggiolino grande pianista perché era per tutti suonare un piano senza voce. E sentirsi grande faceva bene! Un giorno, poi, al calare del sole, un uomo vecchio si sedette al pianoforte. Prima disse qualcosa alle corde; poi poggiò le mani sulla tastiera. Il pianoforte riconobbe quel tocco all’istante e appena le dita rugose iniziarono a muoversi, la stanza, la casa, la via furono inondate di suoni. Assieme, uomo e strumento, dettero voce a tutto quanto era, per anni, stato espresso in silenzio. Il pianoforte, attraverso le dita nodose, liberò i segreti che tanti esseri umani gli avevano confidato consegnando i propri talenti ai suoi tasti atoni. Il pianoforte esprimeva e l’uomo eseguiva. Fu sinfonia.
La terra, a quel suono, smise per un attimo di girare e si fermò ad ascoltare quel concerto di umanità.
Nessuno mai seppe cosa il vecchio disse al suo pianoforte dopo un così lungo tempo di assenza e prima di tornare a suonare. Ma, si dice in giro che gli abbia sussurrato: “Ti avevo smarrito, mi permetti di ritrovarti?” Pare che, come risposta, l’anima del pianoforte gli saltò in braccio e lo strinse stretto stretto senza mai più lasciarlo.

Telefonata

La giovane donna era impegnata in una telefonata di lavoro. Il suo collega, dall’altro capo del cellulare, aveva trascinato la conversazione in noiose giustificazioni per cercare di ottenere da lei un autorizzazione che non poteva essere data. Come era solito fare, lui la stava letteralmente investendo di parole; lei normalmente lo ascoltava e partecipava al dialogo perché, oltre il puro passaggio delle necessarie informazioni c’era per lei anche il piacere di ascoltare una voce monotona e cadenzata che aveva la capacità di rilassarla. C’era nascosto nel dialogo di lavoro il puro piacere umano di correre dietro a una voce conosciuta. Ma non questa volta! La conversazione era diventata un monologo perché lei era scivolata via. Mentre lui elencava mille difficoltà, il pensiero di lei era rimbalzato contro un decolté che il giorno prima aveva catturato il suo sguardo e che ora tornava imponente ai suoi sensi. Di colpo quelle rotondità in parte nascoste allo sguardo dentro ad un reggiseno mal celato erano venute a riempirla di sensazioni. Lei era tornata ad accarezzarle con gli occhi, come aveva fatto il giorno prima; ma dietro agli occhi, forse cullata dalla monotonia di lui, si era acceso forte il desiderio di bello e lei aveva preso ad accarezzare quel seno con tutto il suo corpo. Il bello è anche una sensazione tattile e non si può goderne senza toccare. Non era un seno grande, ma il corpo ossuto lo rendeva estremamente rotondo agli occhi e florido alle mani. Stava appoggiato al reggiseno come un braccio teso oltre il balcone che cerca di afferrare un albicocca dall’alberello che per la prima volta ha reso feconda la propria fertilità. Quel seno era uguale, tutto proteso in fuori a cercare occhi con cui fare l’amore. Gli occhi di lei avevano risposto al richiamo ed ora, nascosta in quella conversazione, si stava lasciando sedurre da quelle forme morbide ed esigenti. Si ritrovò ad accarezzare con le labbra le vene rosee che lo segnavano in superficie come una mano che contiene un mondo rotondo e che non lo concede. Lei chiese di poter entrare nel piacere che solo un corpo femminile sa nutrire. Ci entrò e si saziò di quelle forme che si concedevano inarcandosi e diventando più grandi. Bevve di loro poggiando le sue labbra su quei capezzoli che parevano piccole giuggiole rosse appena spuntate. Si appagò sentendosi addosso quei seni che si muovevano portati dal respiro di un corpo non voluto. La sensazione di bello era così vivida che il suo stesso corpo reagì come era abituato a reagire al tocco delle mani di un uomo. Lei si perse in un orgasmo mentale e fisico che l’aveva spinta in un mondo lontano, da dove era difficile tornare perché significava doversi ricomporre, irrigidirsi e vestirsi. Rimase là, libera e nuda, a sentire la bellezza del suo corpo che rispondeva al tocco di quel seno gonfio di piacere contraendosi ed espandendosi oltre ogni confine. Perse il controllo della respirazione, delle parole, non c’era più nulla se non le sue reazioni ed era bello. Tutto era immensamente bello e pieno. Ogni singola sensazione nata e provata le diceva che lei era donna, profondamente donna.
Lui continuava nel suo monologo, a darle ragioni e spiegazioni per portarla là dove avrebbe voluto. Oh ignaro contenitore sonoro di un orgasmo di donna, lui parlava, ma lei non c’era più.

Colazione

Questa mattina stavo tranquillamente facendo colazione con il mio lungo caffè bollente quando mi trovai in bicicletta lanciata giù per un pendio mozzafiato; ancora spaventata per la discesa venni proiettata in un salto nel cielo che ai miei sensi durò alcuni anni. Il mio stomaco si capovolse e credo che anch’ io mi girai con lui, poi finalmente toccai di nuovo, con le ruote, il terreno, ma durò poco perché ancora volando mi vidi. Ero finita, senza saperlo, sul casco di un ciclista un poco fuori di senno. Soffro di vertigini, fammi scendere, gli urlai, ma il suo momento era tale che non mi ascoltò e mi fece saltare con lui finchè tutta quella forza non si esaurì. Quando atterrammo e ci fermammo, fu tutto un movimento di mani e di dita che felici esaltavano la nostra impresa. Io scesi dal casco e guardai il mio caffè; era ancora bollente e tranquillo nella tazza blu scuro che reggevo in mano. Lo sorseggiai ascoltando scendere fin giù nello stomaco quel liquido profumato e caldo. Ma qualcosa di nuovo attirò la mia attenzione; erano urla di gatto. Pareva che qualcuno lo stesse uccidendo. Vidi davanti a me una fitta vegetazione e due mani cercare freneticamente. I miei occhi si appiccicarono a quelle mani. Spostammo l’ultima foglia e lì era il gatto mezzo mangiato da un pitone che tutto lo arrotolava. Le mani faticarono ad aprire quel corpo rettile, ma l’animale non era così forte da vincere e così, senza sapere perché, si ritrovò, arrotolato, su un braccio scuro senza più il suo pasto tra i denti. Il gatto, riacquistato il suo corpo, schizzò via come una scheggia sparata. A me, invece, ci volle qualche secondo per capire che intorno non avevo la foresta pluviale, ma un tavolo bianco, due sedie rosse e quattro verdi. Quando i miei occhi tornarono al loro posto, vidi di nuovo la mia tazza blu scuro con il caffè fumante nel cuore. Finalmente riuscii a vuotarla ed iniziare la mia giornata lavorativa. Ma le sorprese non erano ancora finite. Rimasi di stucco quando capii che il mio intero corpo si era inoltrato in due occhi blu, intenso mare, con un tocco di cielo, ingrigito al contorno, e lì si era perso.
Decisi di non andarmi a cercare. E lasciai al mio corpo la libertà di parlare:
“Credo che oggi rimarrò nei tuoi occhi se me lo permetti; voglio sedermici dentro e guardare il mondo da qui, nella pace della bellezza che ti appartiene. Lascia che io mi versi un altro lungo caffè bollente e goda di te.”
Così il mio corpo oggi siede pacifico in quegli occhi blu intenso mare, con un tocco di cielo, ingrigito al contorno, intanto che il resto di me vive e lavora.